Quando l’amore fa male. Genesi e neurobiologia dell’amore molesto e come guarirne.

L’amore può far male. Malissimo. E quando l’amore duole sembra una malattia.
E’ un intenso disagio fisico oltre che emotivo, un coltello piantato tra stomaco, pancia e cuore che toglie il sonno, l’appetito, il senso, il gusto della vita. Non è un caso che proprio la ferita prodotta dalla lancia di Cupido sia tra i dolori dell’anima il più cantato da poeti, narratori, musicisti, artisti di ogni tempo. E non c’è età o relazione di lunga durata che ripari dalla possibilità di sentire il morso di questa sofferenza. Tradimenti, innamoramenti, desideri di esperienze nuove arrivano talvolta a scompaginare equilibri consolidati da tempo, rimettendo a nudo una nostra sensibilità al dolore, che avevamo dimenticato di avere sotto la rassicurante coperta della vita di coppia.

Ma se è vero che tutti quanti noi abbiamo sperimentato, almeno una volta nella vita, il tormento dell’amore, l’equazione amore=dolore sembra invece essere per alcuni di noi una formula più ricorrente che per altri. Il tema della ripetuta sofferenza nella relazione (o non relazione) amorosa assume le forme più svariate. Amori sognati che non decollano mai, amori spesso bruscamente finiti, amori violenti, amori senza sesso, sesso senza amore, amori cristallizzati in uno schema che si ripete tristemente uguale a se stesso, talvolta anche di relazione in relazione: inseguire senza mai raggiungere, fuggire per non essere raggiunti mai, abbandonare se stessi in nome dell’altro, difendere il proprio spazio a discapito della possibilità di incontrare l’altro, e molto altro ancora.

Nell’era della comunicazione, poi, le occasioni di sofferenza in amore si moltiplicano. Il mito della reperibilità costante ci rende sempre meno capaci di gestire l’attesa, lo spazio che intercorre dal momento in cui terminiamo una telefonata alla nostra successiva interazione con l’altro. Un sms o una chiamata che non ricevono risposta possono gettare nello sconforto più nero il cuore di un innamorato incerto.

La piattaforma virtuale è la nuova terra della ferita amorosa, in grado di evocare sentimenti potenti e veri quanto quelli si consumano nel corpo a corpo dell’amore: senso di abbandono, oppressione, gelosia, ecc. La tracciabilità dei post del nostro bene amato, i suoi like passati e presenti sui social, l’orario dei suoi accessi su WhatsApp, a volte diventano ossessivi strumenti di controllo sul comportamento di chi amiamo. Insomma, quel che accade nel ciberspazio è dirimente tanto quanto ciò che accade nella “vita reale”, in alcuni casi addirittura di più.

Ma perché per alcuni di noi sembra che l’amore non possa che presentarsi con questo correlato di disagio, ansia, paura? Perché paghiamo – per amare o anche per proteggerci dall’amore – un prezzo così alto? Come è che portiamo impresso dentro questo marchio di fabbrica dell’amore molesto?

La maniera in cui amiamo da grandi, l’amore che cerchiamo e che siamo in grado di dare nelle nostre relazioni adulte, dipendono in modo strettissimo dal tipo di amore che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, conosciuto e assorbito quando eravamo molto piccoli. E oggi la ricerca su più fronti – le Neuroscienze, gli Studi sull’Attaccamento, l’Infant Research, la Neurobiologia Interpersonale – ci spiega in che modo le esperienze che compiamo nei primissimi anni della vita abbiano la capacità di influenzare la “forma” dell’amore che introietteremo da lì in avanti.

Il cucciolo d’uomo viene al mondo con un cervello solo parzialmente sviluppato che evolverà in maniera esponenziale attraverso le esperienze che compirà al di fuori del grembo materno. Incapace di muoversi o di esprimersi a parole, il neonato è un essere completamente dipendente dagli adulti che si prendono cura di lui. Adulto e bambino sono infatti naturalmente predisposti a costruire uno specifico legame, che da John Bowlby (1969) in poi la psicologia chiama Attaccamento. Questo legame si articola in un complesso di comportamenti biologicamente determinati (il contatto visivo, il pianto, il sorriso, ecc.) che tiene uniti caregiver e bambino, assicurando la disponibilità e la responsività del primo alle richieste e ai bisogni del secondo. L’organo dell’amore, la capacità del bambino di amare e di farsi amare, la disponibilità del suo caregiver ad amarlo e la qualità di questo scambio di amore sono una funzione vitale alla sopravvivenza stessa – essenziale tanto quanto il cibo e la digestione o l’ossigeno e la respirazione – alla crescita e alla maturazione emotiva e psicologica del cucciolo d’uomo.

Eppure questo ingegnoso sistema dell’Attaccamento messo a punto da madre natura stessa a scopi filogenetici può in alcuni casi non servire perfettamente l’aspetto della crescita psicologica dell’individuo.

I risultati dell’osservazione sistematica condotta dal vivo e in laboratorio su coppie di madri e bambini dal gruppo di ricerca di Mary Ainsworth (1978) mostrano come ogni diade caregiver-bambino realizzi un legame diverso, con esiti diversi e non sempre positivi per il benessere complessivo di quest’ultimo. Il tipo di amore – più o meno attento, rispettoso, sintonizzato – cui un bambino è esposto e la sua personale risposta a esso determina uno specifico Attaccamento che può essere definito sicuro oppure insicuro, e, nell’ambito dell’attaccamento insicuro, ulteriormente differenziato in evitante, ambivalente o disorganizzato.

Lo studio longitudinale del Minnesota condotto da Alan Sroufe a dalla sua equipe – che a oggi ha seguito di madre in figlio i fondamentali eventi di vita di tre generazioni di caregiver e dei loro bambini – indica con una incontrovertibile mole di dati come la qualità di questo legame di Attaccamento non si limiti a influenzare nel presente il senso di fiducia del bambino, la sua capacità di regolare le proprie emozione, o il suo atteggiamento di curiosità verso il mondo. La tipologia di queste primissime interazioni è determinante in prospettiva poiché rappresenta il punto di partenza da cui scaturiranno i successivi scambi del bambino con il mondo, al punto che lo stile di accudimento materno è predittivo della qualità della vita emotiva e relazionale della persona che quel bambino diventerà domani.

Poniamo il caso di un bambino che abbia imparato all’interno della relazione con la sua mamma o il suo papà a ritirarsi in se stesso per proteggersi dall’ansia eccessiva o dall’intrusività del suo caregiver. E’ molto probabile che quel bambino tenderà a ritirarsi in se stesso anche quando sarà chiamato a compiere i suoi primi passi fuori di casa in una situazione inizialmente potenzialmente poco rassicurante come la scuola ad esempio. Ma un bambino che tende a isolarsi dalla relazione è anche un bambino che viene lasciato solo dai suoi compagni. Il risultato dei primi scambi sociali di questo bambino con attaccamento evitante confermerà il suo pattern di relazione, rafforzandolo ancora di più. Possiamo fantasticare che quel bambino, una volta adulto, tenda a sentirsi facilmente invaso e quindi a proteggersi dall’intimità anche all’interno della relazione amorosa.

Ma come accade tutto questo da un punto di vista neurobiologico?

Il bambino nasce con una innata capacità di costruire significati e dare senso alla realtà. Il bambino è naturalmente predisposto a individuare e ad appropriarsi di schemi ricorrenti e prevedibili nella relazione con chi si prende cura di lui. La ripetizione di un certo tipo di esperienza – per esempio l’interazione di un neonato con la sua mamma che gioca a fargli il solletico – si traduce in un preciso schema di attivazione neuronale all’interno del cervello. Quando questi schemi di attività neuronale ricorrono più e più volte essi diventano connessioni sinaptiche, cioè memorie, pronte ad attivarsi ogni volta che quel tipo di stimolo – il solletico nel nostro esempio – si ripresenterà.

La ripetizione di tutta una serie di modi tipici che il bambino ha di incontrare le figure che sono il centro della sua vita affettiva, in particolare la sua mamma e il suo papà, cablano a livello neuronale il suo “schema dell’amore”. Si tratta di un’attività soltanto in piccola parte cognitiva. Data la precocissima età in cui essi si formano e l’indisponibilità in quella fase dello sviluppo del dispositivo della memoria esplicita, gli schemi dell’amore sono codificati a livello di memoria implicita ed emotiva e ci accompagnano per tutto l’arco della vita. Una volta formati, questi schemi si esplicano sotto la soglia della nostra coscienza nel modo che l’organismo ha di percepire se stesso e l’altro, di muoversi e regolare se stesso nella relazione con l’altro e nello stato somato-affettivo che scaturisce dall’incontro con l’altro. Una volta adulti, questi template orientano le nostre scelte di pancia e il nostro comportamento in amore. Quando non perfettamente adattivi fanno sì che il nostro Cupido interno abbia un debole proprio per quel tipo di persona che – nonostante tutto il corollario di disagio che ci procura – ha la straordinaria capacità di prenderci e farci sentire a casa.

Fortunatamente, l’esistenza dello stesso dispositivo dell’attaccamento che alla nascita ha, come abbiamo visto, lo scopo di garantire la sopravvivenza del cucciolo d’uomo, fa di noi esseri umani dei mammiferi neurobiologicamente predisposti per l’intero svolgersi della nostra esistenza a costruire legami: legami di amore con i figli, con il partner, con la natura, con le nostre passioni, legami che sono essenza stessa del vivere. Ed è proprio questo bisogno di relazione che, allo stesso modo in cui ha il potere di forgiare nei primi anni della nostra vita – e spesso purtroppo non positivamente – l’esperienza di noi stessi e del mondo, ha il potere di guarirci.

Oggi sappiamo che il cervello è un organo molto più plastico di quel che si credeva nel passato. Processi di neurogenesi avvengono nelle aree deputate all’apprendimento per tutto il corso della vita. E per tutto il corso della vita i neuroni presenti rispondono a esperienze non note attraverso l’espansione e la ramificazione di dendriti che, proiettando verso altri neuroni, cablano i recenti apprendimenti attraverso la creazione di nuovi pattern neuronali. Schemi dell’amore disadattivi possono quindi essere affiancati e progressivamente soppiantati da template neurologici dell’amore meglio funzionanti. Questa elaborazione di nuovi modelli dell’incontro può avvenire grazie alle positive esperienze d’amore che facciamo con persone importanti nel mondo là fuori e – più probabilmente per chi ha vissuto ferite relazionali profonde nella sua primissima infanzia – nella stanza della terapia.

Attenzione, però. Una delle conseguenze centrali del fatto che i nostri schemi dell’amore siano introiettati principalmente a livello di memoria implicita, corporea ed emotiva è che qualunque terapia che si ponga come unico obiettivo la comprensione intellettuale dei nostri pattern relazionali non basta di per sé a modificarli. L’insight è importante, ma non certo sufficiente a produrre cambiamento. Un percorso terapeutico che voglia trasformare la nostra neurologia della relazione deve porre al centro il rapporto terapeuta/paziente con i suoi momenti di sintonizzazione, rottura e riparazione. Deve esplorare gli effetti di questo incontro a livello di mente, emozioni, corpo del paziente. Ma soprattutto deve sapere usare se stessa come esperienza correttiva di Attaccamento sicuro, come benda all’antica ferita di chi da bambino non ha potuto godere di quel diritto di nascita che è un abbraccio d’amore affidabile, rassicurante e rispettoso.


I primi studi negli anni 50 di R. Spitz sugli effetti sui bambini della prolungata ospedalizzazione e separazione dalla figura materna.


E. Tronick con il suo esperimento della Still Face (la faccia immobile) mostra l’impatto sul bambino della mancata responsività del caregiver

Se vuoi saperne di più:
http://www.cehd.umn.edu/icd/research/parent-child/

Lewis, T., Amini, F., & Lannon, R. (2000). A General Theory of Love. New York: Vintage Books.
Siegel, D. (2013). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Milano: Raffaello Cortina.
Stern, D. (1987). Il mondo interpersonale del bambino. Torino: Bollati Boringheri.

© Valentina Iadeluca, marzo 2018

2018-03-29T09:09:59+00:00